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giovedì 23 novembre 2017
 

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TAPPETI & KILIM

 
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Gli Egizi sono stati probabilmente tra i primi annodatori di tappeti nell'antichità.
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TAPPETI E KILIM

Egizi, Maya e Cinesi sono i probabili primi annodatori di tappeti nell'antichità.
L'origine del tappeto deriva dall'esigenza dei popoli nomadi di proteggersi dal freddo, ricoprendo il suolo delle tende con un manufatto più funzionale perché più soffice e caldo della semplice pelle degli animali.
Una lenta e progressiva evoluzione lo trasformò, nei millenni e con l'urbanizzazione, in una opera d'arte.

La scoperta di un tappeto nella valle di Pazyryk, sui Monti Altay, protetto da una lastra di ghiaccio, ha dimostrato che già oltre venticinque secoli or sono la lavorazione del tappeto raggiunse vertici artistici molto elevati. Si tratta di un oggetto conservatosi nella sala secondaria di un Kurgan saccheggiato subito dopo la morte del capo scita a cui apparteneva.
La cornice principale rappresenta cavalli montati disposti in file di sette, poiché gli Sciti usavano inumare per ogni capo morto sette o un multiplo di sette cavalli.
Secondo la descrizione di Erodoto si tratta di un popolo essenzialmente cavaliere.

Più a occidente, in Mesopotamia, il tappeto raggiunse il suo periodo aulico durante il regno di Nabucodonosor II (605-562 a.C.), ultimo grande sovrano di Babilonia prima dell'invasione persiana da parte di Ciro nel 539 a. C.
A Ninive fu rinvenuto un pavimento assiro risalente al X sec. a.C. la cui decorazione deriva chiaramente dai motivi di un tappeto.
Erodoto descrive la lavorazione dei tappeti in Egitto precisando che, contrariamente a quanto avveniva altrove, là erano gli uomini ad attendere alla lavorazione del tappeto.
Senofonte cita il grande valore dei tappeti medio-orientali sia nell'Anabasi che nella Ciropedia.

Ateneo descrive i tappeti di Sardi, la capitale della Lidia conquistata da Ciro nel 546 a.C.

Eschilo, nell'Agamennone, fa distendere al suolo da Clitemnestra preziosi tappeti per accogliere lo sposo vincitore, e Agamennone esita prima di calpestarli dicendo che era esclusivo privilegio degli dèi.

Ma l'epicentro dell'artiginato del tappeto è per tradizione la Persia.

Gli altri centri di artigianato della cui esistenza abbiamo prove concrete dal medioevo sono manifestazioni artistiche isolate oppure legate alla storia dei regni persiani: del primo gruppo fanno parte i tappeti caucasici, come quelli armeni, del secondo i tappeti del periodo aulico turco provenienti dalle manifatture di Konya, capitale dei Selgiuchidi.
La civiltà achemenide all'epoca delle conquiste di Ciro era ancora agli albori: il Grande Re vietò il saccheggio di Sardi e Babilonia, e probabilmente fu lui a introdurre in Persia l'arte del tappeto.
Sembra che la tomba di Ciro, morto nel 528 a.C. e sepolto a Pasargada, fosse ricoperta di tappeti preziosi.

Tra il bottino degli arabi che conquistarono Ctesifonte, capitale della Dinastia Sasanide, nel 636 sono citati molti tappeti tra i quali il celebre "Bahar-i-Cosroe", passato alla storia come il più prezioso di tutti i tempi.
Cosroe I, durante il regno del quale il tappeto fu realizzato, passo alla storia con il nome di Nuseirvan, l'immortale.
Il Bahar formava un quadrato di 25 metri per lato. Purtroppo fu tagliato in molte parti vendute separatamente, ed è difficile sapere se si trattasse di un vero tappeto annodato o di un arazzo ricamato.

Durante il dominio turco selgiuchide in Persia, tra il 1037 e il 1194 si diffuse il nodo turco, partendo dalle provincie di Azerbaigian e di Hamadan.

Dopo l'invasione mongola di Gengis Khan, il primo sovrano a convertirsi all'Islam, l'Il Khanì Ghazal Khan (1295-1304) viveva in un palazzo di Tabriz dai pavimenti ricoperti di tappeti, come i successori di Tamerlano nel Khorassan, tra i quali si distingue Shah Rokh (1409-1446), che diede grande impulso all'artigianato. I tappeti di questo periodo erano decorati con motivi semplici, di tipo geometrico.

Nel 1499 Shah Ismail I scaccia la tribù dei Montoni Bianchi e fonda la dinastia dei Safavidi, riconquistando tutta la Persia. Durante il lungo regno del figlio, Shah Tahmasp, furono annodati i più bei tappeti di questo periodo, le cui migliori provenienze sono Kashan e Hamadan.
Attraverso le relazioni commerciali e diplomatiche il tappeto persiano penetrò in Europa acquistando grande notorietà in pochi anni (v. Museo Poldi Pezzoli).
Shah Abbas nel 1590 sposta la capitale a Isfahan e crea una manifattura di corte, dove gli artisti annodano su fili di seta, d'argento e d'oro.
Con l'invasione afghana di Nadir Shah (1736) termina il periodo aulicodella storia del tappeto, il cui artigianato rifiorisce solo durante l'ultimo quarto del XIX secolo, per merito dei mercanti di Tabriz che esportano in Europa attraverso Istanbul.
Dopo il crollo dei Kdjar e la fondazione della breve Dinastia Pahlevi, nel 1925, Shah Reza diede grande impulso all'artigianato del tappeto, fondando le imperiali manifatture.

Tappeti Holbein: Decorazione caratteristica dei tappeti del tre-quattrocento, tappeti del genere figurano nel dipinto "Gli Ambasciatori Francesi" di Hans Holbein il Giovane, "La Vergine con il Bambino" del Ghirlandaio e nell' "Elemosina di S. Antonio" di Lorenzo Lotto.

Tappeto Turco-Egizio: Proviene dalla manifattura sultaniale di Costantinopoli ed è conservato a Vienna, all'Osterreichisches Museum.
Nodo: Farsibaft
Dimensioni: cm. 540 X 290
Densità: 3100 nodi per decimetro quadrato
Ordito: seta gialla
Vello: seta
Trama: lana rossa
Colori: 12, tra cui rosso, verde, blu e giallo per il fondo; verdi, blu, marrone, giallo, nero, e bianco per la decorazione. La differente intensità di luce trasforma le tonalità cromatiche. Lo stato di conservazione è complessivamente buono.

Caratteristica peculiare di ogni tappeto orientale è l'annodatura a mano.

Il tessuto è composto da tre parti: ORDITO; VELLO e TRAMA.
Il primo è l'insieme di fili, normalmente di cotone, paralleli tra loro e disposti verticalmente tra le due estremità del telaio.
Il vello è la superficie visibile del tappeto, formata da corti fili, generalmente in lana, annodati sull'ordito.
I nodi sono allineati in righe nel senso della larghezza del tappeto, mai della lunghezza.
La trama consiste in uno o più fili, quasi sempre di cotone, disposti tra una riga di nodi e la successiva.

I telai si possono dividere in quattro tipi: orizzontale, verticale fisso, verticale tipo Tabriz e verticale con subbi rotanti.
Il più primitivo è quello orizzontale, Usato dai nomadi, è composto da due travi di legno tra cui sono tesi longitudinalmente i fili dell'ordito.
Una evoluzione del telaio verticale fisso, usato nei villaggi, è il telaio di Tabriz, diffuso nei gandi centri di produzione soprattutto persiani, dove i fili dell'ordito scorrono dal subbio superiore a quello inferiore, passano sotto a quest'ultimo e ritornano al subbio superiore.
Così si formano due piani paralleli di ordito, uno anteriore e uno posteriore.
Nel telaio a subbi rotanti il filo di ordito necessario alla lavorazione è arrotolato al subbio superiore, mentre su quello inferiore viene arrotolata la parte di tappeto man mano annodata.
Con questo tipo di telaio è possibile eseguire tappeti di qualsiasi lunghezza.

Coltello, pettine e forbici sono gli attrezzi utilizzati.
Con il primo si tagliano i fili del nodo, con il pettine metallico si serrano i fili della trama contro un allineamento di nodi. Le forbici, piatte e larghe, servono a rasare il vello.

Le materie prime usate per l'annodatura sono: lana, seta e cotone.
La lana è ovina, raramente caprina, spesso di cammello, usata per lo più nel suo colore naturale.
Il kurk diffuso in Khorassan, è la lana che si ottiene pettinando d'inverno il vello di pecora, tosandola a primavera.
Molto diffuse nella produzione nomade sono le qualità Lori e Kurd, mentre nelle attuali produzioni di Qum e Nain viene utilizzata la seta insieme alla lana per dare maggior risalto alla decorazione.
Kashan è il centro più noto per la lavorazione del vello totalmente in seta, estremamente raffinata.
Il cotone è utilizzato per il vello in rari casi, per esempio nei tappeti turchi di Kaiseri.

Nei tappeti antichi, generalmente trama e ordito sono in lana, o in seta, negli esemplari annodati con questo materiale. Potevano essere utilizzati fili d'argento o d'argento dorato.
L'uso del cotone permette di evitare le caratteristiche ondulazioni degli esemplari completamente in lana e una maggior aderenza al pavimento.

La tintura è una operazione molto delicata; è preceduta da un bagno di allume, che agisce da mordente.
Il filato viene poi immerso nel bagno di tintura, dove rimane a seconda dei colori da poche ore a qualche giorno, prima d'esser messo ad asciugare al sole.
Prima del 1856, con la scoperta dell'anilina, i coloranti erano esclusivamente naturali, quasi tutti vegetali.
Faceva eccezione il rosso ricavato dalla cocciniglia, un insetto caratteristico dell'India.
Il rosso poteva però ricavarsi dalla radice della robbia, un arbusto spontaneo, mentre il rosa e il bruno potevano risultare aggiungendo del siero di bue.
Il blu proviene dalla pianta dell'indaco, mentre la colorazione bluastra più vicina al nero si otteneva dalle incrostazioni dello stesso dopo la fermentazione nei tini.
Il giallo si ricava dalle foglie di vite, dal croco o dallo zafferano.
Il verde si ottiene mescolando giallo e azzurro, proveniente dal solfato di rame.
Il nero si ottiene dal colore naturale della lana, o tingendo lana grezza con l'ossido di ferro contenuto nelle galle di quercia, che però rende fragile il vello, come il solfato di rame.
Grigi e marroni derivano dalla lana naturale o dal mallo di noce.
Anche la durezza dell'acqua influisce, quella di Tabriz, per esempio, conferisce alla lana una certa opacità.
Il governo persiano intervenne in passato contro l'uso delle aniline, le cui tinte mal si accordavano tra loro e tendevano a scolorire.
Oggi, mentre i nomadi tendono a usare le tinte naturali, nei grandi laboratori urbani vengono facilmente usati i colori al cromo e il "lavaggio riducente" che rende i colori più tenui e amalgamati.
Le incostanze nella colorazione vengono denominate abrash, e non sono necessariamente un difetto del tappeto.
Possono invece essere la prova che il tappeto è stato colorato con tinte naturali.

I nodi sono di due tipi: ghiordes o turkibaft e senneh o farsibaft.
Curiosamente però, nella cittadina persiana di Senneh i tappeti sono annodati col nodo turco.
Se si piega il vello e si osserva una riga di nodi si può notare che se i due capi finali escono dal collo del nodo si tratta di turkibaft, mentre nel nodo farsi un capo esce dal collo e l'altro si trova al suo lato.

Le frange del tappeto sono le estremità dei fili dell'ordito.
La fabbricazione comincia sempre dal lato inferiore, con la cimossa, che è priva di nodi.
Un buon operaio fa da dieci a quattordici mila nodi al giorno.
L'artigiano recide il filo a circa sette centimetri da ogni nodo e tira il capo reciso verso il basso, imprimendo al nodo una inclinazione che non solo lo serra, ma determina il verso del tappeto.
Ogni quattro-sei file di nodi si esegue una rasatura provvisoria del vello, mentre dopo il completamento di ogni fila di nodi il tessitore fa passare il filo della trama all'interno e all'esterno di ogni filo dell'ordito.
I nomadi tendono a tenere alta la rasatura finale del vello.
Dopo il lavaggio finale, che toglie rigidità al tappeto, questo viene steso ad asciugare al sole.

Normalmente un tappeto di grande formato si dice in persiano ghalì (da 190 x 280 ).
Dozar o sedjadé indicano le misure inferiori, approssimativamente 130-140 x 200-210.
Questi ultimi sono ghatilché se di qualità molto fine.
Kelleghì e kenareh sono i formati allungati, dove la lunghezza è di solito il doppio o il triplo della larghezza.
Zaronim sono i tappeti di 100-110 x 150-160, mentre pushti o yastik in turco indicano i 60 x 90 e significano cuscino.

Disegni: Possono essere geometrici o curvilinei (floreali). I primi sono espressione di un gusto, i secondi di un'arte. I primi di una tribù, i secondi sono opere d'arte islamica.
Motivi di campo: boteh, disegno a mandorla o kashmir normalmente di piccole dimensioni, si ritrova nelle provenienze Serebend, Mir, Kirman, Kashan, Senneh e Qum, oltre che nelle caucasiche Shirvan e Derbent.
Gul, significa fiore e si ritrova in quasi tutti i Turkestan. E il noto disegno a forma ottagonale che decora tutti i Bukhara.
Herati: il motivo più ricorrente, malgrado molteplici varietà e applicazioni: una rosetta centrale racchiusa da un rombo. Altre due rosette a ogni vertice del rombo, mentre ai lati quattro foglie allungate ricordano pesci (mahi).
Nei tappeti del Khorassan, di cui Herat è il capoluogo, manca il rombo.
Provenienze: Tabriz, Ferahan, Bijar, Saruk, Caucaso.
Joshaghan: susseguirsi di rombidecorati con fiori stilizzati. Presente anche nei Kashan.
Kharshiang: significa granchio, è uno dei motivi Shah Abbasi. Presente nei Shirvan.
Minah Khanì: ricorda un campo fiorito, quattro fiori a rombo con un fiore più piccolo all'interno; forse originario del Khorassan , si ritrova nei Baluch di Firdaus e Turbat-I-Haidari.
Si ritrova nei Veramin.
Zil-I-Sultan: di origine recente, composto da due vasi disposti uno sopra l'altro, decorati con rose e rami fioriti.
Si ritrova nei Teheran, Ferrahan e Malayer del XIX secolo. Tra un ramo e l'altro vi sono spesso uccelli. Oggi è presente nei Qum, Abadeh e Veramin.
Shah Abbasi: decorazioni ispirate al giglio, isolate, ma collegate con rami e viticci; molto frequenti negli Isfahan.

Motivi di bordura: Herati (di ispirazione Shah Abbasi), tipici dei Kashan; boteh (Kashan, Kurdistan); bordura cufica (Caucaso, sempre in bianco); bordura a foglia dentata (Kazak).

Talvolta nelle iscrizioni vi sono versi del Corano, dediche e poesie. Le date sono espresse secondo il calendario dell'Egira. Per trasformare l'anno islamico in anno gregoriano, occorre sottrarre dall'anno dell'Egira un trentatreesimo di sé stesso e aggiungere il 622.

Anche le cornici secondarie hanno motivi tipici, come piccoli rombi in tinte differenti (Shiraz, Ferrahan, Caucaso).
Rosette tra cui passa a festone un ramo fiorito si ritrovano nei Kashan e nei Kazak.
Talvolta si hanno un rombo e un triangolo con un vertice in comune.

Altri motivi di decorazione del campo e della bordura sono la stella a otto punte (Caucaso, Pergamo), la rosetta, le greche, tra cui quella uncinata ("cane che corre") e la svastica (Turkestan).

Zone di provenienza: Anatolia, Caucaso, Persia, Turkestan e Afghanistan, Estremo oriente (Cina, Tibet e Subcontinente Indiano), Nord Africa.

I Kilim, caratteristici tappeti privi di vello, non annodati, ma ricamati, provengono davarie località dell'Anatolia, della Persia (particolarmente da Senneh) e del Nord Africa.
La lavorazione è simile a quella dei Sumak, da cui si differenzia, tuttavia, per la mancanza dei fili di struttura nella trama.

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